Tra vino e socialsfera

E’ molto interessante seguire i commenti di alcuni partecipanti all’Osservatorio del vino( che si scrive “Wine” per un effetto stilistico immagino) 2009.

Li stavo seguendo tramite FriendFeed di Mini Marketing. In particolare mi ha colpito il commento di Davide Cocco:

Sinceramente ho, fra i tanti, un difetto che mi porto dietro da tempo e che non riesco a correggere: ci metto un sacco a pensare. Non sono brillante, raramente ho la risposta pronta, ma adesso mi sembra che sia giunto il momento per esprimere alcune riflessioni sulla giornata dell’osservatorio. 1. Le webstar (perdonatemi il termine) sono molto più social on line che dal vivo, come se il filtro rappresentato dal monitor del computer permettesse loro di esprimersi in maniera diversa. 2. Una platea di avvinazzati, produttori e appassionati non si aspetta che uno che è sul palco dica di scegliere il vino solo dalle etichette. Non lo si può dire a uno che si fa il mazzo per tutto l’anno per potare, concimare, trattare, diserbare, arare, vinificare, imbottigliare e poi (forse) vendere vuole che si parli la sua stessa lingua, che lo si comprenda. Vuole che anche tu abbia le mani con i calli e gli stivali sporchi di terra. La stretta allo stomaco che ha tutti i giorni dell’anno perché continua a coltivare sotto il cielo non gli passa con questa (meritoria) onestà. Non ti ascolta più. 3. Avete quasi tutti ripetuto le stesse cose: sul web bisogna esserci, costa meno esserci che non esserci, il nuovo web è diverso. Sì, ok. Ma come? I produttori vitivinicoli sono, a tutti gli effetti, contadini. E come tali ragionano. C’è poco da fare. Sono tipi pratici e hanno bisogno di esempi e fatti concreti. Che non sono arrivati, anche e probabilmente per il tempo a disposizione per ogni intervento. Ma le cose più belle, a mio parere, sono uscite dalle bocche di Paolone Ghislandi e Aristide. Non perché tutti gli altri fossero da meno, ma perché si capiva che masticavano l’argomento. Quanti di quelli sul palco ne sapevano qualcosa di vino? Vi rispondo io: due. Giampiero ed Elisabetta. E, perdonatemi, si vedeva. In poche parole: si è subito creato un muro fra palco e pubblico, che non è mai caduto. Ed è un peccato, perché è con gente come voi che il mondo dell’enogastronomia potrebbe uscire dall’autoreferenzialità che lo contraddistingue. Da persone fuori dal settore, ma che si sforzino, almeno, di capire un pochino il mondo strano e poetico che sta dietro quel liquido bianco o rosso che noi ingurgitiamo, spesso, con poco rispetto. Detto questo, torno nel mio cantuccio a soffrire il caldo

Mi sembra faccia una fotografia istantanea di una situazione molto più ampia ma che “soffre” di alcune discontinuità di comunicazione.

Saper comuinicare significa riuscire a mantenere costante e diretta la comunicazione. Come si fa per fare ciò?

Innanzitutto riuscire a parlare lo stesso linguaggio, o se non altro, riuscire ad immedesimersi nel contesto di produzione di senso.

Giustamente Luca di Mini Marketing pone la questione:

Si può conoscere il vino oltre le semplici etichette, alla quale sembra che i produttori siano legatissimi! E di questo ne ho avuto conferma anche io al seminario Vino e comunicazione a Siena.

Io personalmente credo che bisognerebbe riuscire a raccontarsi oltre l’etichette ed oltre la solita comunicazione autoreferenziale.

Vuoi vendere il tuo prodotto? Basta con il dire che è bello e buono… se mi vuoi convincere mi devi dare qualcosa che io non so, spiegami quanto tempo dedichi alla preparazione, raccontami cosa significa alzarsi la mattina presto ogni giorno per coltivare la terra…

Creare “esperienze” è l’unico mezzo attuale per dare al consumatore il giusto “valore” di un prodotto.

Facile, direte voi, ma come si fa a spiegare questo ai “contadini” che vogliono cose pratiche?

Avete idea di quanti soldi “ad muzzum”( detto siciliano che sta per “a caso”) spendono i piccoli produttori per cercare di farsi pubblicità? Pagando Consorzi dai quali ricevono poco o niente. Pagando grafici e web master per siti fatiscenti e poco funzionali. Per partecipare a Fiere senza godere di visibilità. e per cercare di “alzare la voce” più del vicino?

Se i produttori vogliono cominciare a ragionare con logiche nuove devono cominciare a rivolgersi ad esperti di comunicazione e marketing.

Si ma i piccoli produttori non riescono a sostenere le spese

Essere piccoli produttori non significa per forza non aver possibilità. Nessuno pretende che si rivogano all’agenzia Armando Testa. Basta semplicemente ragionare con logiche di corporativismo e cooperazione. Se una piccola azienda è dispsota a pagare massimo 1000 euro all’anno 20 aziende messe insieme possono raggiungere 20.000 euro all’anno.

E se non sapete a chi rivolgervi. Io sono un giovano laureato  che aspetta proprio voi….

Quello che bisogna stabilire dall’inizio è un patto di trasparenza e rispetto.

Tu sei il produttore, io sono il tuo Marketer. Ogniuno di noi fa il suo lavoro nel migliore dei modi, pertanto se ti dico che sarebbe meglio utilizzare una strategia piuttosto che un’altra, TU produttore non devi avere la presunzione di dire “No questa pubblicità non mi piace”, perchè se no la pubblicità te la fai da solo o da chi ti asseconda.

Ma ricorda che per vendere servono risultati non belle pubblicità( belle secondo i tuoi gusti)

Voi pensate sia troppo una presa di posizione?

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